70 ordigni in Italia, perché?

A cura di Marco Bertagnin e Ludovico Martocchia

L’Italia non ha mai prodotto bombe nucleari. Verissimo, ma sul suolo italiano sono presenti almeno 70 ordigni, divisi tra la base NATO Ghedi di Torre (Brescia) e quella americana di Aviano (Pordenone). È quanto emerge da uno studio della Federation American Scientist (FAS), presieduto da Hans Kristensen, direttore del Nuclear Information Project.

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Con questa targa, Italia e Stati Uniti hanno recentemente “festeggiato” il cinquantesimo anniversario dall’insediamento della missione NATO nella base lombarda di Ghedi, in onore dei corpi militari italiani e americani che con il loro sforzo e la loro dedizione hanno garantito la pace della nazioni libere per mezzo secolo. Se non fosse che nessun governo abbia mai confermato la presenza di numerosi ordigni nucleari presenti nel suddetto stabilimento.

Nonostante il lungo silenzio dei due stati, non è stato difficile per gli scienziati americani individuare che dietro questa reiterata ipocrisia si nascondesse ben altra realtà.

Le prove della presenza di almeno 20 testate sono inconfutabili, perché facilmente svelate dallo studio della FAS. E sono i dettagli a contare. La sola esistenza del 704esimo Squadrone Munitions Support (Munss) dimostra che le bombe sono effettivamente allocate a Ghedi, non si spiegherebbe altrimenti come un corpo speciale, indirizzato proprio alla gestione e alla manutenzione di arsenali atomici, si trovi nel territorio lombardo. Oltre a questa semplice evidenza, in supporto dei ricercatori di Washington sono venute anche le immagini satellitari, visibili da chiunque attraverso Google Maps.

(Immagine mappa)

Se ad un occhio impreparato, questa immagine può non dire nulla, lo sguardo attento di un addetto ai lavori noterà immediatamente dei camion, di preciso gli Wmt, attrezzati per il trasporto di armi nucleari. Tendenzialmente tre indizi fanno una prova: le bombe ci sono e poco è stato fatto per occultarle. Non sono neanche ordigni qualsiasi, ciascuno di questi, denominati B-61, sarebbe undici volte più devastante delle bombe sganciate nel 1945 a Hiroshima e Nagasaki.

Non è soltanto una questione di sicurezza. Il mantenimento di questo imponente arsenale sul suolo del Belpaese raggiunge costi elevati per le già dissestate finanze europee. Difatti secondo lo studio, le spese di aggiornamento e gestione degli armamenti e degli equipaggi supererà in totale 154 milioni di dollari nei prossimi anni. L’intera situazione appare ancora più paradossale, se messe in relazione alle recenti polemiche sul finanziamento militare che hanno animato il dibattito politico del nostro paese (basti pensare agli F35).

Tuttavia il vero dilemma che circonda l’assurda vicenda è: come si giustifica la presenza degli ordigni a un quarto di secolo dalla fine della Guerra Fredda? Sarebbe utile chiederlo all’attuale governo e al parlamento, che in un regime di spending review e di stringenti vincoli comunitari, dovrebbe fornire una spiegazione data l’evidenza del mutamento dei rapporti geopolitici mondiali dalla caduta del Muro in poi.

Un altro problema rilevante da far presente alle istituzioni competenti è la disparità numerica di bombe americane presenti in Italia rispetto al totale di quelle dislocate in Europa. Se infatti sommiamo a quelle di Ghedi le 50 della base di Aviano, raggiungiamo quota 70 su un totale di 180 situate sul suolo europeo. La speranza è che una compagna come Senzatomica possa sensibilizzare il grande pubblico su un argomento così rilevante, ma così poco contemplato dai media e dalla politica.

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