Ciò che l’accordo di Losanna non dice

A cura di Gianmarco Fifi e Giuliana Roda

Che l’accordo sul nucleare tra Usa e Iran sia “storico” – come lo definisce oggi Barack Obama, cinque giorni dopo l’intesa di Losanna – è fuori dubbio. Non solo per il suo contenuto, ancora da formalizzare in un documento ufficiale. Ma, soprattutto, perché riavvicina due paesi storicamente lontani. Sono passati, infatti, 38 anni da quando l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter e lo Scià Mohammed Reza Pahlavi si strinsero la mano a Teheran, nel 1977. Poi, la Rivoluzione Islamica, la cacciata dello Scià e il caso degli ostaggi americani trattenuti in Iran ruppero le relazioni tra i due stati provocando un silenzio, durato fino al 2013. È stato infatti lo stesso Obama ad aprire al presidente iraniano Hassan Rouhani, segnando quello che oggi potrebbe essere visto come il primo passo verso l’intesa registrata a Losanna. Il negoziato prevede una lista di parametri chiave, da formalizzare in un accordo quadro entro giugno. In primo luogo, l’Iran si impegna a sospendere due terzi della sua capacità di arricchimento dell’uranio, lasciando attiva per scopi civili solo la centrale di Natanz. Inoltre l’attività nucleare di Teheran verrà posta sotto il controllo della AIEA per dieci anni; e per 15 anni il paese si impegnerà a non costruire nuovi impianti nucleari e a ridurre le attuali scorte di uranio arricchito. Nel caso in cui gli accordi verranno rispettati, Usa e Ue promettono di revocare tutte le sanzioni relative al nucleare. L’intesa, anche se nelle dichiarazioni passa in secondo piano, potrebbe allontanare la minaccia di una guerra atomica, che sarebbe catastrofica per l’umanità e per l’ambiente. Oltre al numero di vittime che un simile attacco provocherebbe infatti, vanno considerati gli effetti a lungo termine. In primo luogo, danni somatici associati a dosi elevate di radiazioni. Inoltre, l’esposizione potrebbe causare mutamenti di tipo genetico (cancro tiroideo e leucemia), perdita di fertilità e avrebbe un impatto sul DNA con rischio di malformazioni. Come mostra “Life Span Study” – uno studio del 2012, condotto dalla Radiation Reaserch Sociey, sugli effetti delle bombe di Hiroshima e Nagasaki – il 58% dei soggetti analizzati è morto, a causa delle radiazioni, nel periodo subito dopo l’esposizione. A risentirne maggiormente furono le persone con più di 40 anni (il 99,6% dei quali morì); mentre tra gli under 20 la mortalità fu del 20%. Leggendo questi dati, viene da chiedersi perché, nei negoziati, le conseguenze medico-ambientali vengano oscurate dalla volontà di mantenere i rapporti di potere intatti. Un approccio incentrato sugli effetti a lungo termine potrebbe essere l’unico modo per sostituire a piccoli disarmi parziali il progetto di un disarmo totale.

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