L’atomica in Medioriente, scenari possibili dopo Losanna

A cura di Marco Bertagnin e Ludovico Martocchia

Usa e Iran si stringono la mano: un sì per l’energia nucleare, un no per la bomba atomica. È l’esito ufficioso dell’accordo di Losanna dello scorso 2 aprile tra il paese sciita e le nazioni del 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania). Decine di ore di trattative, che hanno avuto tra i protagonisti il Segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, hanno portato ad un’intesa per ora solo verbale sul programma nucleare di Teheran. L’Iran non potrà arricchire l’uranio oltre il 3,67% per almeno quindici anni, una soglia che non permette la produzione di bombe. Inoltre il paese mediorientale darà libero accesso alle agenzie internazionali di controllo, che fanno riferimento alle Nazioni Unite, come l’AIEA. Dall’altra parte, Stati Uniti, Unione Europea e l’Onu garantiranno una sospensione delle pesanti sanzioni economiche che hanno vessato negli ultimi anni la potenza sciita.

Tuttavia rimangono delle ombre sul concordato tra Occidente e Oriente. Prima di tutto la firma definitiva è prevista per il prossimo 30 giugno: non cambierà nulla nel frattempo? Cruciale anche il tema delle sanzioni, Teheran ha fatto sapere che non intenderà «firmare l’accordo sul suo programma nucleare a meno che queste non siano revocate immediatamente», come ha dichiarato il Presidente della Repubblica islamica Hassan Rohani. Inoltre a preoccupare sono le possibili reazioni degli attori geopolitici dell’area, specialmente Israele e Arabia Saudita, i due principali antagonisti della Persia, lo stato ebraico e la monarchia sunnita. Infine il dilemma più grande riguarda l’effettiva affidabilità del governo persiano, saranno sufficienti le misure di controllo previste dall’accordo ad evitare lo sviluppo di un arsenale atomico in Iran? Sono problemi che necessariamente bisognerà porsi.

Oltreoceano già si canta vittoria. Il Presidente Barack Obama, reduce da una serie di insuccessi in politica estera – Ucraina e Siria, tanto per citare – ha mostrato grande entusiasmo: un accordo “storico” che «eviterà la bomba nucleare, il mondo d’ora in poi sarà più sicuro». Festeggiamenti simili anche nelle piazze persiane, dove i cittadini sono scesi in strada esultando per il risultato ottenuto, nella speranza che gli auspicati nuovi rapporti con l’Occidente porteranno ad un maggiore sviluppo economico, sinora impedito dall’isolazionismo del paese. Anche se tra le alte cariche del regime serpeggia diffidenza. La Guida Suprema Ali Khamenei giudica da una parte l’accordo di Losanna “non vincolante”, dall’altra non si ritiene “né favorevole né contrario” all’intesa. Un’ambiguità di giudizi che potrebbe ostacolare la sottoscrizione definitiva del patto.

Scetticismo e condanna provengono invece da Gerusalemme e Riyad. Altresì la recente campagna elettorale, che ha confermato al comando d’Israele il conservatore Netenyahu, era stata impostata sulla difesa alle avvertite provocazioni giunte dal Golfo Persico. Così come l’Arabia Saudita, proprio in quanto principale interlocutore islamico con il mondo occidentale, vede con sfavore il progressivo inserimento del paese sciita nello scacchiere diplomatico globale. Gli equilibri geopolitici del Medioriente potrebbero incrinarsi ancora di più con una ritrovata legittimazione della Repubblica iraniana. Non a caso è di fondamentale importanza la valutazione degli schieramenti nucleari presenti nell’area della Mezzaluna.

Un Iran nucleare si inserirebbe in uno scenario che è già una polveriera. Infatti lo stato ebraico è annoverato tra le nazioni che possiedono arsenali nucleari non dichiarati, così come il Pakistan, che dal 1998 ha iniziato i suoi primi test atomici. Entrambi i paesi non hanno ratificato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). Dovremmo fidarci di uno “stato canaglia” persiano che ottiene il pass per il nucleare? Dovremmo sentirci sicuri con il “grande satana” a stelle e strisce che possiede ben 7700 testate? Siamo di fronte ad un accordo forse utile per gli equilibri geopolitici, ma che non rassicura per la pace e la sicurezza mondiale.

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