Il messaggio nel messaggio, intervista al prof. Riccardo Antonini

Gli studenti della Luiss Guido Carli hanno incontrato il professor Riccardo Antonini che da più di trent’anni si occupa, come scienziato, di disarmo nucleare. Egli attualmente è esperto scientifico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, già professore d’Intelligenza artificiale presso la Universidad Carlos III di Madrid, membro del Consiglio scientifico di Senzatomica. Parla qui a titolo strettamente personale come “essere umano”.

A cura di Lavinia Formica e Federica Giallonardo

La considerazione di Russell e di Einstein “il mondo è pieno di conflitti”, prodromo inconsapevole dell’idea collettiva della necessità di un mondo senza armi nucleari, pensa possa essere riferibile ad un’ epoca, la nostra, nella quale potrebbe invece essere il concetto di “disarmo interiore” a guidare le nostre azioni?

Innanzitutto è bene sottolineare alcune buone notizie in questo campo. Penso ad alcuni tipi di disarmo che hanno avuto risultati apprezzabili nei tempi recenti. Le armi chimiche e quelle biologiche, ad esempio, non solo sono state messe al bando ma nel momento in cui sono state ciò nonostante usate, la comunità internazionale, in maniera assertiva ma non eccessivamente violenta, è intervenuta per eliminarle, come è recentemente accaduto in Siria. Questo tipo di disarmo non è quindi impossibile anche nell’ambito della attuale visione geopolitica condivisa dalla maggior parte dei governi.

Esiste però un altro tipo di disarmo ed è importante sottolineare questa distinzione che sto per illustrare. Questo disarmo è il disarmo che si può fare partendo da un imperativo morale come già è avvenuto, ad esempio, per l’abolizione della schiavitù. Sorpendentemente per molti, questo tipo di disarmo, è quello che ha fatto storicamente, e può ancora fare, i passi più sostanziali.

In definitiva possiamo dire che una cosa è considerata accettabile finché qualcuno non porta all’attenzione la sua in-accettabilità. Proprio come hanno fatto Russell e Einstein esattamente sessant’ anni fa. Nel momento in cui i due scienziati, e tutti gli altri loro colleghi che hanno firmato il celebre “manifesto”, hanno cominciato a far riflettere il mondo sull’inaccettabilità dell’esistenza stessa delle armi nucleari, sono divenute possibili tutta una serie di azioni concrete per la loro messa al bando.

Queste azioni hanno richiesto del tempo e ne richiederanno ancora, ma la direzione di marcia non è più in discussione.

Il primo passo in questi casi è quindi sempre quello una dichiarazione ferma e chiara che “certe cose non sono più accettabili”, proprio così come avvenne per la schiavitù. Il disarmo nucleare totale diventa quindi la conseguenza diretta, e sottolineo diretta, di un’inaccettabilità morale ottenuta attraverso il percorso che abbiamo chiamato di “disarmo interiore”.

In sintesi: il disarmo interiore, invisibile, conduce necessariamente al disarmo nucleare effettivo e visibile.

Molte persone giustificano l’uso delle armi nucleari come mezzo per garantirsi una “sicurezza”, il loro uso è quindi considerato accettabile anche al costo, evidentemente paradossale, di un “annientamento totale”, non solo degli “altri” ma anche di se stessi. Nello storico dilemma “Pace o Giustizia” com’è possibile giustificare questo aspetto?

A questo proposito è interessante ed illuminante ricordare il pensiero di Hans Kelsen. Kelsen si è occupato esplicitamente della guerra e della sua eventuale legalità nell’ambito della sua “teoria generale del diritto”. Egli sostiene in quel testo che la guerra è contraria ai principi generali del diritto poiché, riporto qui il suo pensiero con parole semplici, “essa è assimilabile ad una vendetta trasversale”: infatti, quando c’è una contesa, essa, nell’ambito del diritto, viene sempre riferita ai contendenti stessi e mai possono essere ritenuti responsabili o peggio addirittura sanzionati dei terzi. La guerra, al contrario, costituisce un’eccezione palese a questo principio fondamentale del diritto, in quanto agisce (anche, ma oggi, purtroppo sempre di più) proprio su soggetti terzi rispetto ai reali contendenti (e si noti che non si parla quasi mai della guerra evidenziando questa sua caratteristica fondamentale di “vendetta trasversale”).

Di fatto la guerra, secondo Kelsen, è quindi “illegale” (contraria al diritto) per sua stessa natura.

Noi possiamo aggiungere, oggi, che a maggior ragione lo è quella nucleare, data la natura intrinsecamente indiscriminata delle immani uccisioni di massa per le quali è progettata. Come peraltro ha sancito anche il celebre “parere consultivo “della Corte Penale Internazionale.

Senza contare poi che questo olocausto nulla porterebbe di vantaggio a chi iniziasse una contesa su queste basi. Infatti, come si può vincere in un mondo che non esiste più?

Non dimentichiamoci perciò che questa illusione è presente nell’ubiquo meta messaggio chiamato, in maniera decisamente fuorviante “deterrenza”, e che possiamo sintetizzare così: “se non fai quello che dico io faccio finire la vita sulla terra”. Si badi bene non è più: “io ti distruggo” ma “muoia Sansone con tutti i Filistei”.

Nel momento in cui alcune nazioni, pochissime peraltro, si sono dotate di questa capacità, esse non minacciano più di distruggere un popolo o una nazione, ma l’intera umanità e la gran parte degli esseri viventi.

Di solito la risposta a questa minaccia è sempre di totale sottomissione. Ma non sempre, penso ad esempio alla guerra delle Falkland/Malvinas (Il Regno Unito era notoriamente in possesso di armi nucleari ma questo non ha impedito alla dittatura Argentina di lanciare quell’assurda sfida), a riprova del fatto che questa politica non solo è pericolosa ma anche spesso inefficace.

Ora non bisogna dimenticare che letteralmente la fine del mondo, come ha, fra gli altri, magistralmente e tragicamente evidenziato anche Gunther Grass, diventa, non più una remotissima eventualità futura, ma una possibilità reale. Aggiungo io: essa è la conseguenza diretta di una infrastruttura costruita e mantenuta in perfetta efficienza da centinaia di migliaia di addetti ai lavori di “fine di mondo”. 

Partendo dal lavoro individuale di riforma interiore, com’è possibile educare poi l’intera umanità?

Innanzitutto cominciando a capire che l’altro non è necessariamente un ostacolo ma un’opportunità per costruire insieme cose che da soli non potremmo neanche immaginare.

L’uomo non si è biologicamente evoluto come animale solitario e tutto quello che fa lo può fare poiché può contare sull’appoggio dei suoi simili. Questa è la ragione per la quale ha bisogno di una comunità non solo dal punto di vista affettivo ma anche meramente pratico. Non dimentichiamo che non solo abbiamo la capacità di capire genericamente gli altri “come metafora di noi stessi”, come diceva Gregory Bateson, ma oggi sappiamo anche che siamo dotati di specifici circuiti neuronali (neuroni a specchio) che si sono evoluti proprio per questi scopi. La collaborazione non è quindi solo biologicamente possibile ma è il primo vero passo per eliminare le armi nucleari.

Che consiglio dà lei a tutti giovani, nati già in una realtà del genere per maturare un valido pensiero sul disarmo nucleare?

Innanzitutto di non basarsi sull’equivoco del meta messaggio che aleggia attorno al fuorviante nome di “deterrenza” e sulle sue illusorie e pericolose “sicurezze”, andando invece oltre quello che superficialmente possiamo percepire come “minaccia”, creando, al contrario, una situazione nella quale qualcuno risponda al vero messaggio, quello diretto, Questo messaggio recita più o meno così: “come possiamo migliorare la *nostra* sicurezza … insieme?”. Da un punto di vista dell’azione pratica questo può essere ottenuto contribuendo ad aumentare la “pressione politica”, sia unendosi ai grandi movimenti già esistenti (ICAN, Senzatomica e tanti altri) ma anche semplicemente parlando sinceramente col vicino di casa nei termini che abbiamo detto. Cercando ad esempio di evidenziare gli importanti risultati fin qui comunque già ottenuti. Si pensi che dal “picco” della guerra fredda il numero di ordigni nucleari si è ridotto ad un quarto di quello che era a quel tempo. Si pensi inoltre che comunque ancora vi sono nel mondo circa 16.000 ordigni, comunque troppi e sufficienti per distruggere la vita sul pianeta “varie volte” (semmai l’espressione “varie volte” possa mai avere senso in questo contesto), tuttavia solo nell’ultima “tornata” di eliminazione ne sono stati smantellati oltre 10.000. Possiamo quindi essere fiduciosi che non esistano ostacoli tecnici, e sottolineo tecnici, alla loro totale eliminazione nel giro di pochi anni. 

Quello sul quale dobbiamo impegnarci è però proprio quel “disarmo interiore” che ci permette di passare dall’illusorio e pericolosamente fuorviante concetto di “sicurezza basato sulla fine della vita sul pianeta” alla solida e più realistica visione basata sull’evidenza, anche biologica, che abbiamo bisogno di collaborare per non perire insieme.

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