Intervista a Roberto Della Seta

“Voto quasi plebiscitario”, è così che Roberto Della Seta, ex presidente di Legambiente e senatore del Partito Democratico nella scorsa legislatura, definisce il risultato del referendum abrogativo del 2011 sul ritorno al nucleare dell’Italia. Proprio a casa di Green Italia, movimento ecologista da lui fondato, lo raggiungiamo per porgli alcune domande sulla situazione del nucleare in Italia.

A cura di Rachele Rinaldi

Alla luce del referendum abrogativo del 2011 i dati ci mostrano come l’opinione pubblica italiana ha espresso rifiuto nei confronti del programma nucleare. Ciò dovrebbe incoraggiarci o preoccuparci? E’ una consapevolezza o un sospetto?

Il voto quasi plebiscitario contro il ritorno del programma nucleare fatto dagli italiani nel 2011, è frutto di una scelta consapevole. L’opinione pubblica italiana è stata richiamata alle urne a quattordici anni di distanza dal primo referendum del 1987. In questi quattordici anni sono avvenute profonde trasformazioni, il mondo è cambiato e con esso anche il contesto geopolitico. Ciò nonostante tutte le ragioni che hanno portato a ritenere rischioso il ricorso al nucleare sono ancora presenti oggi a 25 anni di distanza. Per diverse ragioni ambientali e sanitarie prima di tutto. Ragioni non ancora risolte e che ancora oggi non hanno ottenuto risposte significative. Pensiamo al problema del deposito delle scorie nucleari, tuttora immagazzinate in siti provvisori, in attesa, se sarà mai possibile, di essere collocate in depositi definitivi. Così come non è stato risolto il rischio connesso ad incidenti endogeni come successo a Chernobyl nel 1986, o diversamente legati a fattori esterni.
Il referendum del ’87 fu fortemente influenzato dalla tragedia avvenuta a Chernobyl, così come quello del 2011 lo è stato dall’incidente giapponese di Fukushima.
Se c’è chi ancora sostiene che l’incidente di Chernobyl sia avvenuto per l’arretratezza delle tecnologie, specchio di un Unione Sovietica ormai in declino, allora come è spiegabile che in Giappone, paese di avanguardia tecnologica è stato possibile un disastro simile? La vicenda giapponese dimostra dunque come eccellenza e capacità tecnologica in termini di sistemi di sicurezza non escludano e rendano immuni le centrali nucleari da spaventosi disastri per l’umanità. Vivendo dunque in un mondo molto più complicato, rispetto a quello di trent’anni fa, dove i rischi di proliferazione nucleare continuano a moltiplicarsi, sono fermamente convinto che la scelta fatta dagli italiani nel 2011 sia una scelta saggia che getta le basi per una nuova strada da percorrere lontano dall’energia nucleare. Strada già intrapresa da altri Paesi, pensiamo alla Germania che ha già deciso di mandare ad esaurimento le centrali di cui dispone, o agli USA in cui da decenni non si commissiona una nuova centrale nucleare.

Dopo un quarto di secolo lontano dal nucleare e in vista di questo nuovo percorso, L’Italia possiede un bagaglio di conoscenze tale da permetterle di imboccare la strada della rivoluzione energetica e una definitiva transizione verso energie pulite?

E’ chiaro che in Italia la rivoluzione energetica è in atto da molti anni: siamo il quarto produttore al mondo di energia elettrica solare, l’energia eolica comincia a svilupparsi e possediamo una forte tradizione idroelettrica.
Punto debole del nostro paese non è la rivoluzione energetica, ma piuttosto la mancanza di forti decisioni pubbliche che favoriscano questo processo.
Necessitiamo di decisioni pubbliche capaci di favorire la transizione da fonti tradizionali a fonti rinnovabili, maggiore chiarezza e coraggio nelle decisioni pubbliche servono anche alla luce dei cambiamenti climatici in atto.

Il nucleare è un problema globale, Le sembra che i trattati internazionali, con specifico riferimento al TNP, stiano andando nella direzione giusta per regolamentare il problema? L’uso militare del nucleare deve preoccuparci?

L’uso militare del nucleare lo vedo con preoccupazione. Siamo entrati nell’epoca della globalizzazione, il mondo bipolarizzato non esiste più, come abbiamo già accennato il contesto geopolitico mondiale è molto più complicato e spesso fatichiamo a rendercene conto.
Da anni coltiviamo la preoccupazione nei confronti di interlocutori poco aperti al dialogo, penso ad un paese come l’Iran, che potrebbe utilizzare tecnologie nucleari civili per sviluppare armi atomiche. Eppure l’Iran è un paese che non risponde a nessuna logica bipolare, ma che purtroppo persegue propri scopi personali. E se questi dovessero ledere l’ interesse dell’umanità? Non è cosi facile purtroppo dialogare con interlocutori così particolari.

Il nostro progetto è affiliato a Senzatomica che intende sensibilizzare l’opinione pubblica in merito al tema delle armi atomiche. Lei, da politico ed ambientalista, cosa pensa riguardo alle campagne di sensibilizzazione in materia di disarmo?

Da quanto esistono campagne di mobilitazione e sensibilizzazione sui temi del disarmo nucleare, appunto per esempio Senzatomica, la consapevolezza del nesso tra le due dimensioni, uso civile e militare, del nucleare si è molto sviluppata e rafforzata.
La connessione tra i due temi è sempre stata molto presente nelle mobilitazioni, forse il problema è il mondo dell’informazione. L’informazione non sempre è consapevole di quanto in generale i problemi ambientali siano legati ai temi della pace. Viviamo in un paese in cui l’informazione è molto poco attenta a ciò che succede fuori dai nostri confini. Servirebbe uno sforzo maggiore a riguardo.

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