Occhio alle ondate di emotività mediatiche

Di Benedetta Borghini

La storia come testimone, il presente come protagonista. Ne parliamo con l’Onorevole Valentino Valentini, esperto di relazioni internazionali.

Le ragioni figlie del contesto storico  che hanno portato alla creazione del TNP (Trattato di non Proliferazione Nucleare) sono superate, non c’è più quella cortina di gelo tra due potenze che racchiudeva in se la minaccia e la paura di una guerra nucleare. Appare chiaro che i trattati in materia di disarmo nucleare ad oggi conclusi sono punti di partenza e non di arrivo.

Le negoziazioni future in materia di non proliferazione nucleare, per avere maggior successo e adesione dovrebbero tenere conto dei principi delle nuove politiche globali e privilegiare una condivisione della responsabilità delle sorti puntando a coinvolgere il maggior numero di Stati, tenendo sempre in considerazione la testimonianza che la storia ci consegna dell’enorme potenziale distruttivo di quest’arma.

Il punto di svolta sta nella capacità dei singoli soggetti internazionali di smussare quelli che sono gli interessi dei singoli Stati a favore di un interesse globale.

Domanda: In merito al Trattato di non proliferazione nucleare cosa si sarebbe dovuto fare per muoversi verso una sicurezza internazionale maggiore che non è stato fatto? E perché i 4 paesi che posseggono l’atomica ma sono fuori dal TNP godono di una così grande considerazione nelle relazioni internazionali (Israele, India, Pakistan e Corea del Nord)

Risposta: I Trattati di Non Proliferazione costituiscono un processo in corso e non un punto d’arrivo , la velocità con la quale avanza tale processo dipende dalle condizioni geopolitiche e geostrategiche prevalenti nei vari periodi.

Non credo sia giusto dire cosa si potesse fare di più ma cosa va fatto per continuare lungo la strada di un processo che comunque vede meccanismi di dialogo e di verifica che ormai sono in piedi da decenni e a prescindere dalla retorica politica vede una ragionevole fiducia tra le parti negoziali che ormai si conoscono e sanno interpretare gli atteggiamenti e le mosse reciproche. Proprio per questo maggiore attenzione viene prestata, dal punto di vista del disarmo e dalla non proliferazione, non parlerei di considerazione, a quei paesi che sfuggono a meccanismi negoziali e di controllo reciproco. Attenzione che deriva dalla necessità di tenere sotto controllo il potenziale bellico di ciascuno.

Ovviamente  ciascuno di questi paesi va preso in funzione della posizione geo strategica, del peso economico e politico che riveste, a prescindere, e soprattutto  per avere una maggiore comprensione  vanno considerate la ragioni e la maniera in cui ciascuno di questi paesi sono giunti a dotarsi di un arsenale nucleare

D: (dal punto di vista italiano) Ad un quarto di secolo dalla fine della guerra fredda quali sono i motivi del mantenimento di ordigni nucleari nel territorio nazionale nella base Nato di Ghedi ed in quella americana di Aviano? 

R: Sulla conclusione e le modalità della fine della guerra fredda avrei alcune perplessità e gli eventi dello scorso anno dovrebbero spingere gli osservatori ad usare maggiore cautela nel dare per scontate certe premesse. Fatta questa considerazione preliminare va detto che la costituzione di un arsenale nucleare e la sua dislocazione è avvenuta durante un lungo arco di tempo e come tutto nel nucleare dobbiamo considerare che i tempi dello smaltimento sono molto più lunghi di quelli della fase di build-up.

Questo perchè la dislocazione non è casuale ma risponde a uno scenario riconosciuto da entrambe le parti e come tale  le scelte debbono essere ponderate, riconosciute e reciproche in una ottica di disarmo congiunto.

D: A suo giudizio il NEW Start è più un accordo politico-diplomatico di “facciata” o realmente uno strumento risolutivo nello smantellamento degli armamenti nucleare dei due paesi?

R:Non ritengo sia di facciata ma costituisce uno strumento fondamentale per continuare lungo il processo di cui parlavo prima, le parti hanno imparato a conoscersi nel corso del tempo e condividono entrambe interessi ,se non pienamente coincidenti, perlomeno reciproci nel proseguire lungo il cammino del disarmo. Sarebbe un errore sottovalutare l’insieme di esperienza , di rapporti e di conoscenza reciproca accumulatasi nel corso degli anni.

D: Nel recente accordo sul nucleare che vede protagonista l’Iran hanno più pesato interessi economici (possibilità di export in Iran), di sicurezza o geopolitici (disarmo del principale paese sciita)?

R: Ancora una volta temo che sfugga il quadro generale, le questioni citate sono secondarie e portano  in se tutte delle contro argomentazioni, inoltre se ne potrebbero aggiungere altre, come il mantenimento di una basso prezzo del petrolio o la necessita di una sponda sciita agli stati uniti nell’arginare Isis  sul terreno e gli altri movimenti salafiti nell’attuale  e prossimo scenario di tensione e conflitto che sarà nuovamente Afpak.

La vera ragione sta nella convenienza di mantenere l’Iran all’interno di un quadro negoziale determinato dal diritto internazionale, con tutte le limitazioni e le carenze del caso.

L’alternativa sarebbe stata quella di avere un altro paese, e che paese, al di fuori del processo del tanto vituperato processo di disarmo.

Mi pare che questo basti per capire lo sforzo negoziale.

D: L’effetto delle campagne mediatiche a favore dello smantellamento nucleare che effetti hanno?

R: la vera corsa agli armamenti nucleari in questo momento si fa, non espandendo la quantità delle testate, ma tramite una corsa all’ammodernamento: sia dei vettori che degli ordigni stessi. Rendendo quindi molto più letali quelli esistenti e moltiplicando le possibilità di produrre testate con la stessa quantità di uranio arricchito a disposizione dei vari stati.

Occorre inoltre aggiungere che è imprescindibile continuare ad esercitare pressione affinché la comunità internazionale e i governi non abbandonino gli sforzi di riduzione e progressiva eliminazione degli arsenali e dei vettori. Perché l’attenzione intermittente al tema a seconda delle ondate di emotività mediatica hanno prodotto arsenali più ristretti di armi più sofisticate, più costose e in definitiva più letali.

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