La riduzione degli armamenti e le minacce all’equilibrio geopolitico

Di Valerio Balducci e Francesco Garibaldi

con la collaborazione di Francesco Pietrella

Una speranza per il disarmo nucleare

Nel 2009 si era acceso un piccolo fuoco di speranza nei cuori dei sostenitori del progressivo disarmo atomico, questo è diventato fiamma nel 2010 e risponde al nome di “New Start”, trattato di riduzione atomica, con il quale Usa e Russia si impegnano a ridurre a 1500 le testate strategiche ed a 700 i vettori, questo trattato segnala un’inversione di tendenza storica ed Il mondo inizia a sperare nell’inizio di una graduale distensione nucleare.

Abbiamo ancora tutti negli occhi il discorso del 2013 pronunciato da Obama davanti alla porta di Brandeburgo, dove il presidente auspicò una riduzione bilaterale Usa-Russia di un terzo delle armi nucleari strategiche e delle armi tattiche in territorio europeo. Accordo che avrebbe portato ad un ulteriore revisione al ribasso degli accordi “New Start”. La Russia, nella persona del suo vicepremier Rogozin annunciò di non voler ridurre l’arsenale. Vladimir Putin ha confermato che non permetterà la violazione dell’equilibrio di deterrenza strategica mondiale, frenando così l’esultanza di quanti credettero che le dichiarazioni di Obama fossero l’inizio di una riduzione progressiva che avrebbe liberato il mondo dalla minaccia delle armi nucleari.

A due anni da quei giorni cosa è cambiato?

Quali stati posseggono gli arsenali atomici e in che quantità?

Andiamo a localizzare e analizzare le minacce.

geopolitica

Limes, 28/06/14, Francesca La Barbera

Paese Programma nucleare Grandezza arsenale  
 
USa Sono stato il primo paese a sviluppare armi nucleari e l’unico paese ad averle utilizzate in guerra. Spendono di più per il proprio arsenale nucleare di tutti gli altri paesi messi insieme. 7315 Testate
Russia Il secondo paese a sviluppare armi nucleari. Ha il più grande arsenale di qualsiasi paese e sta investendo pesantemente nella modernizzazione delle sue testate 8000 testate
Gran bretagna Mantiene una flotta di quattro sottomarini nucleari armati in Scozia, ognuno porta 16 missili Trident. Sta valutando se revisionare le proprie forze nucleari o disattivarle. 225 testate
francia La maggior parte delle sue testate nucleari sono sui sottomarini dotati di missili M45 e M51.Altre sono disponibili sugli aeromobili. 300 testate
china Ha un arsenale molto più piccolo rispetto agli Stati Uniti e alla Russia. Le testate sono utilizzabili in aria, terra e mare. Non sembrano essere in aumento le dimensioni del suo arsenale. 250 testate
israele Ha una politica di ambiguità in relazione al suo arsenale nucleare, né conferma, né nega la sua esistenza. Di conseguenza, ci sono poche informazioni pubbliche 80 testate
pakistan Sta facendo miglioramenti sostanziali al suo arsenale nucleare e alle relative infrastrutture. Ha aumentato le dimensioni del suo arsenale nucleare notevolmente negli ultimi anni. 100 testate
nord korea Ha un programma di armi nucleari. Il suo arsenale probabilmente comprende meno di 10 testate. Non è chiaro se hanno la possibilità di svilupparne altre. >10

Testate

india Sta aumentando il suo arsenale contro il trattato di non proliferazione. 90 testate

Totale 16.400 testate

Fonte: Federazione degli scienziati americani 2014

Nove paesi insieme possiedono più di 16.000 armi nucleari. Gli Stati Uniti e la Russia mantengono circa 1.800 delle loro armi nucleari in stato di alta allerta, pronte per essere lanciate in pochi minuti. La maggior parte di esse sono molte volte più potenti delle bombe atomiche sganciate sul Giappone nel 1945. Una singola testata nucleare, se fatta esplodere in una grande città, potrebbe uccidere milioni di persone, con effetti persistenti per decenni. Il fallimento delle potenze nucleari nel disarmo ha aumentato il rischio che altri paesi acquisiscano armi nucleari. L’unica garanzia contro la diffusione e l’uso delle armi nucleari è quello di eliminarle. Anche se i leader di alcune nazioni, aventi testate atomiche, hanno espresso (chi più chi meno) la loro visione di un mondo libero dalle armi nucleari, non sono riusciti a sviluppare piani dettagliati per eliminare i loro arsenali. Questa visione antiatomica è condivisa da molte organizzazioni internazionali ed enti sovranazionali, si sono mobilitati anche i popoli con la sfida di “Global Zero”(bandire le armi atomiche e la loro proliferazione al fine di avere nel 2030 un mondo più sicuro senza arsenali nucleari), abbiamo voluto coadiuvare e sponsorizzare questo evento al fine di diffondere conoscenza e consapevolezza su questi temi al più alto numero possibile di persone; a questo fine abbiamo intervistato il professor Leopoldo Nuti(Presidente della Società italiana di storia internazionale) che gentilmente ha risposto alle nostre domande e ci ha guidato nell’analisi del momento geopolitico e delle crisi che minacciano l’uso delle armi nucleare.

Cosa stanno facendo gli Stati, le organizzazioni internazionali e gli enti sovranazionali per la graduale denuclearizzazione mondiale? Cosa stanno facendo i popoli per far sentire la propria voce?

Professor Nuti: Per quanto riguarda la mobilitazione dal basso il più importante movimento è sicuramente “Global zero”, mezzo milione di persone in tutto il mondo e un gruppo di intellettuali i quali manifestano la volontà di ridurre progressivamente il numero di armi nucleari con l’obiettivo di arrivare a 0 nel 2030. Nonostante le tante campagne sistematiche, e nonostante il momento di slancio dell’opinione pubblica, seguito ai discorsi di Obama sulla riduzione degli arsenali nucleari, se si andasse ad analizzare in concreto la possibilità di arrivare ad un mondo libero dalle armi nucleari si arriverebbe alla conclusione che esso sia di difficile realizzazione. Le missioni di Global Zero sono l’annientamento delle armi nucleari (obiettivo raggiungibile) e della tecnologia per produrle (obiettivo difficilmente raggiungibile), sarebbe infatti complicato impedire, ad uno stato che abbia il know-how e la tecnologia, di privarsi di essa.

Le organizzazioni internazionali e gli Stati potrebbero invece agire per il graduale processo di riduzione degli armamenti ponendosi dei limiti comuni di possesso di testate nucleari, essi si dovrebbero impegnare nel potenziamento di una serie di organizzazioni, atte ad assicurare il monitoraggio sistematico della quantità di armi nucleari nei paesi, come l’AIEA. In questi agenzie internazionali è difficile impedire lo scontro fra potenze, attuale è l’esempio della Russia che dichiara di non voler più rispettare gli Accordi di Washington del 1987. Questo non ci fa ben sperare, è molto difficile che si ottengano risultati concreti da qui ai prossimi anni.

Continuando a parlare della Russia, proprio ai confini fra lo stato e l’Europa si sta svolgendo una guerra che minaccia di creare attriti tra potenze nucleari, la guerra del Donbass può essere considerata come la più pericolosa crisi dal dopoguerra?

Professor Nuti: La crisi più pericolosa probabilmente è stata quella dei missili di Cuba del 1962. Sicuramente in questo caso il campanello d’allarme è suonato molto forte ed il problema è stato affrontato, dagli Stati e dalle OI, con meno fermezza di quanta ce ne sarebbe voluta. Le minacce di usare gli arsenali nucleari da parte della Russia sono sembrate abbastanza strane, perché chiaramente non lo userebbero su di un territorio limitrofo. Si può dire che è una delle crisi più pericolose dalla caduta del muro di Berlino. Pericolosa perché si vanno a scontrare Russia ed Ucraina, quest’ultima determinata ad avvicinarsi sempre di più all’Europa mentre la Russia non vuole permettere che un ex repubblica sovietica così grande e importante diventi il confine tra se stessa e l’UE. L’aggressività delle dichiarazioni di Putin è data dall’impossibilità di perdere la Crimea, la Russia non può rinunciare agli interessi strategici ed economici in quella regione; un’altra motivazione è la debolezza negoziale sovietica causata condizione di difficoltà economica, essendo una potenza in declino potrebbe utilizzare metodi forti e imprevedibili per fronteggiare tale situazione di ribasso graduale. La Russia è demograficamente ed economicamente in crisi, vive di esportazioni di materie prime, è incapace di trasformare la propria ricchezza in crescita economica del paese, la società è abbastanza malmessa, lo stato ha una serie di problemi strutturali ed è incapace di risolverli. Ha un territorio enorme, ha il secondo arsenale nucleare al mondo, ma sta perdendo il suo appeal nella regione. Proprio per la sua proverbiale debolezza ostenta di essere un gigante politico attuando una politica internazionale revisionista, in questo consiste la sua pericolosità, la Russia farà di tutto pur di fronteggiare il declino dal proprio status di potenza politica regionale.

Proprio in questi giorni a Losanna, il consiglio di sicurezza dell’ONU e l’Iran hanno raggiunto degli importanti accordi per gli equilibri nucleari in Medioriente, l’ONU ritirerà le sanzioni economiche e l’Iran rinuncerà allo sviluppo di testate nucleari, dopo la firma del 2 aprile quali saranno gli scenari futuri, quanto è stato fatto contro l’atomica Iraniana e quanto ancora c’è da fare per mettere in sicurezza l’area?

Professor Nuti: Un bilancio è sicuramente prematuro, sono stati raggiunti dei principi di accordo che vanno precisati e ratificati il 30 giugno. Fino ad ora l’Iran, nella persona del proprio ministro degli esteri Javad Zarif si è impegnato a non arricchire l’uranio oltre il 3,67% (percentuale che non permette lo sviluppo di bombe nucleari) e ad aprire i propri confini agli agenti dell’AIEA (Agenzia internazionale energia atomica), in cambio l’ONU, gli USA e l’UE sospenderanno le sanzioni economiche in atto contro lo stato islamico. Il bilancio finale potrà essere fatto fra 10 anni circa ma sono moderatamente ottimista che questo possa essere un passo importante per la stabilizzazione della regione. Moderatamente perché ricordo come era stato accolto dall’opinione pubblica internazionale un accordo simile nel 1993-94 con la Corea del nord, l’amministrazione Clinton accettò la mediazione di Carter che riuscì a strappare un trattato salutato con entusiasmo ma che ha realisticamente portato ai primi test nucleari nordcoreani e all’uscita dello stato dal TNP (trattato di non proliferazione nucleare) nel 2003. Comunque la classe dirigente Iraniana deve riavvicinarsi al Sistema Internazionale uscendo dall’isolazionismo, ci sono molti oppositori all’interno del regime che si oppongono a una svolta in senso moderato e che invece vorrebbero sviluppare l’atomica, e l’esito di questi accordi li ha indeboliti.

É difficile dire come si possano inserire questi accordi in una pace duratura in Medioriente, non dobbiamo farci illusioni a breve termine, bisogna fermare il deterioramento della situazione (peggiorato dalle cicliche primavere arabe) gestendo le crisi, limitando I danni. La visione israeliana è quella di chi vuole evitare che i problemi degenerino fino ad essere ingestibili, conferma di questo è stata la vittoria del conservatore Netanyahu alle elezioni di questo anno. Queste crisi multipolari sono considerate di difficile gestione perché gli attori sono frammentati in gruppi aventi una propria autonomia. In tempi brevi sarà difficile uscirne. E’ necessario cercare di gestire il conflitto sciita-sunnita, reso ancora più difficile dal fatto che tra i sunniti c’è grande diversità di vedute, che gli USA stanno attuando un disimpegno graduale dalla regione, e che c’è una ridefinizione dei confini nell’area causati dall’azione dell’ISIS. I sauditi sono molto preoccupati perché leggono negli accordi di Losanna una rilegittimazione internazionale dell’Iran e con essa una maggiore considerazione globale di tutti gli sciiti, hanno paura che l’Iran possa tornare ad essere lo Stato sciita di riferimento.

Abbiamo parlato a lungo delle minacce agli equilibri geopolitici di deterrenza nucleare, andiamo ora ad analizzare l’Europa, l’UE potrà mai avere una politica di difesa comune svincolata da quella degli stati più attrezzati ed influenti?

Professor Nuti: Sono molto pessimista perché le uniche due potenze nucleari sono la Francia e la Gran Bretagna ed il dialogo fra di loro non è così intenso come dovrebbe essere. Per creare una politica di difesa comune l’iniziativa deve essere presa da loro ma il dialogo fra queste due potenze è poco redditizio perché gli Stati hanno politiche e visioni di lungo periodo molto divergenti. L’intesa intergovernativa è lontana dalle logiche di sicurezza e difesa sovranazionale. In questi termini una politica europea di difesa è quasi improponibile. La sicurezza nucleare europea dipende dalla deterrenza USA, la Potenza Americana sta rivedendo la propria politica estera e le proprie spese per la difesa e l’Europa non può permettersi di rimanere senza la storica tutela che gli USA le assicuravano. L’unica via percorribile è quella di tenere in piedi l’alleanza atlantica anche se essa è instabile.

Che ruolo e che peso ha l’Italia nella scacchiera internazionale nucleare e cosa sta facendo a livello diplomatico?

Purtroppo il peso italiano è molto limitato in quanto l’arsenale nucleare che risiede sul territorio Italiano e di proprietà degli USA, ed è residuo della Guerra Fredda, quindi il nostro paese dipende direttamente dagli alleati oltreoceano. Una situazione analoga si vive negli Stati europei che esitano a sganciarsi dal nucleare USA ed a rinunciare a quelle bombe. Quelle testate erano concepite in funzione antirussa quindi rimane difficile capire verso chi potrebbero essere usate, può in ogni caso servire a frenare pulsioni nazionaliste nella regione mediorientale. C’è però un problema pratico legato alla loro manutenzione perché le armi stanno invecchiando. L’amministrazione Obama ha affrontato il problema della loro modernizzazione, ed il dubbio è sulla loro sostituzione o modernizzazione, il progetto è molto costoso e quindi gli USA potrebbero chiedere sostegno economico agli alleati europei.

A livello diplomatico l’Italia tende spesso alla mediazione (siamo spinti ad agire in tale maniera perché talvolta veniamo esclusi dai canali negoziali) soprattutto di fronte a nuove idee, essa deve essere coordinata con la politica diplomatica dell’UE altrimenti può essere controproducente. L’ultimo tentativo è stato il viaggio del Premier Renzi a Mosca, esso può essere visto in vari modi. Ad esempio non è stata particolarmente apprezzata dall’amministrazione Obama.

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