Mercato Nero

“L’accordo minaccia noi e i nostri vicini. Non sto cercando di distruggere l’intesa, sto cercando di distruggere una cattiva intesa”. Così il premier israeliano Benjamin Netanyahu – in un’intervista all’Nbc – spiega la sua politica di opposizione al programma nucleare iraniano, definendolo un “sogno” per Teheran, ma un “incubo per tutto il resto del mondo”. Non la pensa così il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che non solo ha dichiarato che l’accordo non inficia lo Stato israeliano, ma ha sostenuto anche che, proprio per questa ragione, la decisione non dipende dal riconoscimento di quest’ultimo.
Nonostante le aspettative fossero piuttosto basse, dunque, l’accordo “buono” e “storico” si è inaspettatamente raggiunto il 2 aprile, a Losanna, in Svizzera.
Uno dei punti più critici del programma, infatti, riguardava il trasferimento in Russia del combustibile nucleare di Teheran. “L’esportazione di scorte di uranio arricchito non è nel nostro programma e non intendiamo inviarle all’estero” ha dichiarato Abbas Araghchi ai media iraniani. Il New York Times lo grida dalla prima pagina riportando all’ordine del giorno il tema del nucleare. Ma se pensare alle centrali, alle testate e ai negoziati può far paura, accarezzare l’idea che possa esistere un mercato nero dell’atomica, di speculazione, al di fuori delle trattative ufficiali, può farci davvero tremare. Il mercato nero esiste e ha un nome e un cognome: Abdul Qadeer Kahn, ingegnere pakistano ormai quasi ottantenne, considerato il “padre” dell’atomica pakistana. Nel gennaio 2004 lo scienziato, inchiodato dai servizi segreti statunitensi, ha confessato di aver intessuto una rete di traffici illeciti per la costruzione di armi nucleari che si estendeva dal Pakistan alla Corea del Nord, dalla Libia all’Iran. Kahn, osannato in Patria come il “benefattore del Pakistan”, è stato reso nuovamente libero cittadino nel 2009 dall’Alta Corte di Islamabad; forti furono i sospetti di un coinvolgimento del governo pakistano nel caso, accuse prontamente smentite dalle autorità. Nel corso degli anni, lo studioso ha rifornito di materiali, armamenti e conoscenze alcuni dei fronti più pericolosi per l’equilibrio atomico del domani e, per quanto ne sappiamo, i paesi nominati potrebbero essere solo alcuni di quelli realmente beneficiati, senza dimenticare le organizzazioni terroristiche che potrebbero aver usufruito della sua rete. In particolare, il contributo di Kahn ha reso il Pakistan un paese specializzato in testate di bassa potenza, compresa tra 0,1 e 1 kiloton, di cui anche la confinante India è fornita. Queste micro-atomiche sono l’arma perfetta per il terrorismo nucleare. Negli anni ’60 è stato rinvenuto in Libia un piano per un ordigno atomico cinese che lo Stato nordafricano ottenne grazie alla rete di Khan. Nel 2003 il defunto leader libico Mu’ammar Gheddafi accettò di smantellare i suoi armamenti non convenzionali nell’ambito di una verifica condotta a livello internazionale. Il giallo si apre su 6400 barili di uranio grezzo che il quotidiano “Il Tempo” sospetta essere ancora in circolazione sul territorio libico e che potrebbero essere finiti nelle mani di gruppi di ribelli unitisi al califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Infatti dopo la caduta del “raìs”, la coalizione internazionale affidò l’arsenale ai sovversivi, al tempo considerati ribelli con il compito di custodirlo e distruggerlo. L’uranio potrebbe dunque trovarsi ancora a Sebha, un tempo capitale della regione del Fezzan. Consideriamo che oggi la Libia è un gigantesco campo d’addestramento per i terroristi: i salafiti indossano le uniformi del califfato e istruiscono nuove reclute dell’Is giorno dopo giorno per poter tornare in patria a combattere i miscredenti. Tuttavia questo non è l’unico fronte a far paura: nel 2006 sul computer di un faccendiere svizzero vennero scoperti i piani per la realizzazione di una testata nucleare estremamente sofisticata e così compatta da poter essere installata nella parte anteriore di un missile balistico. Un progetto, questo, avente lo scopo di creare una bomba adatta a un tipo di missile utilizzato dall’Iran, ma non solo. La scoperta è ancor più allarmante se si considera che il piano è stato trovato nei computer che un tempo appartenevano alla rete di contrabbando internazionale gestita da Abdul Qadeer Khan. La fonte della notizia è David Albright, ispettore delle Nazioni Unite, che in un rapporto per il Palazzo di Vetro ha ipotizzato che i piani potrebbero essere stati condivisi con alcuni Paesi o gruppi ribelli. Il contenuto del computer è stato distrutto dalle autorità elvetiche sotto la supervisione dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica). Nonostante questo, precisa il New York Times, nessun funzionario di intelligence americano o di qualsiasi altra nazione può dichiarare con certezza che il piano non sia ora nelle mani di altri paesi, in primis Iran e Corea del Nord. Dopo il secco “no” del Pakistan alla richiesta dei servizi segreti americani di interrogare Khan, l’incognita rimane: è possibile che qualcuno abbia avuto accesso al programma del progetto teso a costruire una bomba che, secondo i funzionari di intelligence, sarebbe ancora più sofisticata di quella dei piani scoperti in Libia nel 2003? L’allarme, per ora, non può essere smorzato considerando soprattutto che se anche la Libia ha rinunciato al programma nucleare, non si può dire lo stesso di Corea del Nord e Iran. Sono questi proprio, infatti, i paesi che in passato hanno acquistato progetti dallo scienziato pachistano, gli stessi che oggi, secondo gli Usa, fanno parte di una cooperazione nucleare.

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La questione è trattata nell’ultimo Worldwide Threat Assessment elaborato dalla Direction of National Intelligence americana, l’agenzia guidata dal Generale James Clapper cui fanno capo tutte le branche dello spionaggio a stelle e strisce.
Lo scorso novembre, l’Iran di Hassan Rouhani ha trovato un accordo con l’Occidente sul proprio programma nucleare, accettando alcune ispezioni da parte dei commissari dell’AIEA. L’accordo prevede che Teheran non superi il limite del 20% nell’attività di arricchimento dell’uranio, percentuale considerata la soglia oltre la quale l’attività delle centrifughe sarebbe finalizzata ad obiettivi militari e non più civili. Già all’indomani dell’accordo, Abbas Araghchi, importante negoziatore nucleare iraniano, ha dichiarato che il regime sarebbe stato in grado di riportare le centrifughe a lavorare ai ritmi precedenti l’accordo nell’arco di una sola giornata. Le perplessità sulle reali intenzioni di Teheran sono oggi avvalorate da alcuni elementi rinvenibili proprio nelle relazioni privilegiate che la Repubblica Islamica avrebbe con Pyongyang. L’intelligence americana ha dichiarato “l’esportazione da parte della Corea del Nord di missili e materiale associato verso paesi tra cui Iran e Siria e l’assistenza a quest’ultima per la costruzione di reattori nucleari, illustra bene la proliferazione di quest’attività”. In particolare, negli ultimi mesi, dalla Corea del Nord sarebbe arrivato a Teheran materiale nucleare e scienziati addetti alle centrifughe. Il sito nucleare siriano di Al-Kibar riporta come Bashar al Assad, grazie all’aiuto di scienziati nord coreani, stava costruendo nel 2007 il suo reattore nucleare.
Il timore americano è che oggi l’Iran stia cercando di aggirare l’accordo con l’Occidente proprio grazie alla cooperazione con Pyongyang, imitando l’alleato siriano. Rouhani ha ribadito che il regime non ha alcuna intenzione di interrompere l’attività delle centrifughe a cascata per l’arricchimento dell’uranio oltre a non voler interrompere la costruzione di depositi per uranio a basso livello di arricchimento.
Ufficialmente Teheran ripete le finalità civili del proprio programma nucleare. Il fulcro dell’accordo rimane, in ogni caso, la convinzione statunitense che l’Iran non sia in grado di giungere ad uno stadio di sviluppo del suo programma atomico così avanzato da far temere la possibilità di utilizzo di testate nucleari su missili balistici senza che prima l’Occidente se ne renda conto. Una sorta di clausola di sicurezza secondo cui gli Stati Uniti potrebbero decidere di intervenire solo se il regime dovesse oltrepassare un dato stadio di sviluppo (del tutto aleatorio e sconosciuto all’opinione pubblica). Fulcro che rischia di sciogliersi come neve al sole grazie proprio alla cooperazione segreta tra i due regimi. L’“Asse delle Resistenza” è stato definito da David Asher, ex specialista di Corea del Nord presso il Dipartimento di Stato americano, intervistato da Eli Lake sul The Daily Beast. Secondo Asher nel settembre 2012 ci sarebbe stato un primo meeting tra ufficiali iraniani e leaders nord coreani e l’accordo definitivo sarebbe stato poi concluso lo scorso settembre, proprio durante le fasi negoziali dell’accordo con l’Occidente. Un doppio registro quello usato dagli uomini di Rouhani, i quali mentre guadagnavano tempo promettendo collaborazione ad Obama, predisponevano abilmente un piano alternativo con il regime di Kim Jong-Un. Difficile, dunque, monitorare i rapporti tra due dei regimi più opachi al mondo; secondo l’intelligence americana è molto probabile che sia coinvolto negli scambi di materiale nucleare anche qualche uomo di Abdul Qadeer Khan che avrebbe venduto gas centrifugato (necessario per l’arricchimento dell’uranio) e alcune quantità di esafluoruro di uranio a Pyongyang. Secondo David Albright che segue il controverso programma nucleare iraniano per conto dell’Institute for Science and International Security, la cooperazione tra Iran e Nord Corea sfuggirebbe totalmente al controllo dei delegati dell’AIEA e delle Nazioni Unite. Inoltre, a parer suo, ancora più rilevante è il fatto che la cooperazione con la Nord Corea non è ufficialmente proibita dall’accordo temporaneo firmato lo scorso novembre.
Oggi, la Corea del Nord disporrebbe di oltre 10.000 centrifughe funzionanti, mentre nel febbraio 2013 ha concluso con successo un test nucleare presso la centrale di Yongbyon. Nell’estate del 2007, secondo le rivelazioni contenute nel libro “Spies Against Armageddon: Inside Israel’s Secret Wars” di Dan Raviv e Yossi Melman, una telefonata raggiunse l’allora capo del Mossad Meir Dagan, mentre si stava recando dal premier Ehud Olmert per un briefing. Gli specialisti di armi non convenzionali israeliani segnalavano a Dagan l’attività sospetta nel sito nucleare siriano di Al Kibar, circa 300 chilometri a nord di Damasco. Nel giro di pochi giorni, Dagan piombò a Washington illustrando agli increduli vertici della Cia le immagini del reattore costruito ad immagine e somiglianza di altri reattori simili esistenti in Corea del Nord. Dagan illustrò i passaggi di una cooperazione tra i due regimi che si scambiarono scienziati e materiale nucleare. Olmert nel frattempo, con un’ accorata telefonata riportata anche nella biografia di George W. Bush, tentava di convincere l’ex presidente americano a compiere un’operazione militare congiunta contro l’installazione. Bush, frenato da Condoleeza Rice, prese tempo, dicendo che la Cia aveva bisogno di prove da mostrare al Congresso. Olmert decise che di tempo non ce n’era più. La notte del 6 settembre otto F-16 israeliani si alzarono in volo impostando la rotta verso ovest-nord e poi est colpendo e distruggendo il reattore siriano.
Israele applicava la “dottrina Begin”, quella che interpreta qualsiasi cambiamento della balance nucleare in Medio Oriente come una minaccia non tollerabile per la sicurezza di Israele.
E’ proprio questa la dottrina che, oggi, guida l’approccio del governo di Benjamin Netanuyahu al programma nucleare iraniano.

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